Fondazione Pubblicita' Progresso
Affinché tutti la vedano, la televisione non deve essere necessariamente volgare e becera; del resto i programmi banali interessano sempre meno i pubblicitari, perché diretti a telespettatori intorpiditi. In questa intervista Alberto Contri, consigliere di amministrazione della Rai, riconosce che la tv pubblica, rinunciando alla sua funzione essenziale, ha perso molto del suo primato e del suo stile.
Uno dei punti chiave del dibattito che Telèma ha avviato l'anno scorso è come conciliare la buona qualità del prodotto televisivo con l'audience e con il finanziamento pubblicitario. In questa intervista, Alberto Contri, consigliere di amministrazione della Rai, smonta un luogo comune e afferma che programmi televisivi di qualità migliore degli attuali sono indispensabili non solo per rispettare la "mission" della tivù pubblica ma anche per attirare la nuova pubblicità. Questa infatti ha sempre meno interesse a un telespettatore intorpidito, dalla banalità dei programmi - che perciò si accontenta di tutto ciò che gli viene offerto sul piccolo schermo, show dal linguaggio trito, senza originalità - che non mettono alla prova la sua intelligenza. La nuova pubblicità vuole conquistare un pubblico sempre più raffinato e reattivo, nel giudizio critico e nel senso estetico. Se non lo troverà nella tivù generalista, andrà a cercarlo in quella tematica, in cui è certo di trovarlo.
Insomma, non è vero che una tivù che mortifica il cervello è la più adatta a ottenere audience e profitti.
Lei ha detto più volte che, per mantenere un livello di buona qualità televisiva, i programmi dovrebbero ispirarsi all’esigenza di “formare e informare il pubblico al senso critico”. E’ così?
Ho insistito per due anni e finalmente quella frase è entrata nel documento che dovrebbe fissare il primum movens della nostra programmazione, cioè i criteri in base ai quali dovrebbero essere compiute le scelte editoriali. Ma mi sembra che nei fatti sia stato invertito l'ordine dei valori, come se nel documento fosse scritto che la Rai è un'azienda commerciale che fa "anche" servizio pubblico. Oggi le scelte editoriali della Rai rispondono a un principio che suona più o meno così: prima di tutto, pensiamo a raccogliere l'audience.
C’è chi obietta: senza un’audience soddisfacente, la Rai non riuscirebbe nemmeno a svolgere il ruolo di servizio pubblico. Ma ha ancora ragione di esistere una tivù pubblica, in Italia?
Oggi l'azienda è sostenuta dal doppio finanziamento - 2500 miliardi di canone e 2200 di pubblicità - e siamo quasi al fifty-fitry. Ma, come corrispettivo del canone, lo Stato si attende un servizio di vario tipo (dall'alfabetizzazione nei vari campi ai programmi di informazione in cui sia garantito il pluralismo). Certo, una Rai che impiegasse i 2500 miliardi del canone per realizzare una televisione talmente elevata da non avere pubblico, sarebbe un errore quattro volte più grave. Però questa considerazione non deve diventare un alibi: perché tutti la vedano, la tivù non deve essere necessariamente volgare, becera, pesante. La televisione pubblica non ha molto tempo ancora per riscoprire il proprio ruolo. Siamo alla vigilia di una profonda trasformazione: fra tre o quattro anni, la pay tivù e la tivù on demand saranno le regine del mercato. lo credo che nel frattempo la televisione pubblica dovrebbe ritagliarsi un compito di "levatrice", dovrebbe cioè far nascere nel pubblico interessi che poi verranno soddisfatti più completamente dalle tivù tema tiche. Per portare alla luce interessi e curiosità colte non è certo il caso di mandare in onda un' opera lirica alle 20, al posto del telegiornale, come è avvenuto qualche anno fa (uno choc per la massa del pubblico, con l'audience al 2%).
Per consentire alla Rai di attuare questo ruolo di mediazione, abbiamo realizzato una serie di programmi, come l'invito all'opera, con Antonio Lubrano. Le opere sono sottotitolate e il telespettatore può godersi le arie principali. Perché si formi nel grande pubblico l'esigenza di un gusto superiore, occorre offrirgli spettacoli come la Traviata, per il quale mi sono battuto fin dai difficili inizi in prima persona, e di cui ora tutti, comunque con mia grande soddisfazione, si sentono padri.
Come si può rispondere all’obiezione secondo la quale la televisione “non deve insegnare niente a nessuno”?
Questo atteggiamento è come un virus che serpeggia nel mondo della tivù. Oggi il piccolo schermo diffonde soprattutto un relativismo etico che, secondo me, non è del tutto privo di effetti su quanto sta accadendo nella nostra società, sullo sbandamento dei giovani. Dalla tivù, questi, che cosa imparano? Che non esistono più né limiti né vincoli, che tutto è lecito. E, quando sei abituato ad avere tutto senza sforzo, dal motorino al cellulare, al primo vero "no" ti saltano i nervi. Non dico che la tivù debba essere pedagogica, e assomigliare a una vecchia zia che nessuno ascolta. Ma una tivù che rinunci a una mira alta e instilli il permissivismo totale non può essere accettata, soprattutto se finanziata con il denaro pubblico
Una parte del pubblico televisivo è tentata di seguire il consiglio di Karl Popper: staccare la spina. A suo avviso, un calo dell’audience potrebbe avere un effetto terapeutico?
In realtà, i dati Auditel ci dicono che il pubblico televisivo è cresciuto di 900.000 unità nell'anno 2000 e questo significa che la tivù, nel complesso, pur perdendo qualità non perde pubblico. Ma se andiamo a vedere quale tipo di pubblico guarda "questa" televisione, le conclusioni non sono affatto entusiasmanti. Dai dati Auditel disaggregati scopriamo infatti che la grande massa del pubblico è costituita da telespettatori sempre più anziani. Recenti indagini rivelano, per esempio, che la tv generalista della Rai ha un pubblico prevalentemente ultracinquantenne e concentrato nel Sud. Quanto alle critiche, anche molto severe, che vengono dal fronte giornalistico (e non solo) e segnalano lo scadimento dei programmi, io che le condivido debbo dire che una delle cause può essere ricercata nell'esistenza del duopolio. Finché i telespettatori - come topolini chiusi in due gabbiette comunicanti possono soltanto spostarsi dai programmi Rai a quelli Mediaset e viceversa, ciò che conta, ai fini dell'ascolto, non è la qualità dei programmi ma la loro capacità di catturare telespettatori con pochi semplici espedienti. Del resto, se i giovani guardano poco la tivù e si dedicano a Internet, la ragione sta anche nei programmi televisivi che per loro sono poco appetibili, perchè basati su storie semifinte che fanno sensazione o su reality show che - oramai è dimostrato - hanno ben poco a che fare con la realtà.
Esiste, nel mondo, un modello di riferimento per una tivù di qualità? Più volte lei ha accennato alla BBC.
Non esistono modelli così facilmente trapiantabili ma, fatta questa premessa, debbo dire che mi è piaciuta la nuova linea editoriale della Bbc perché punta sul "braining up": tirare su i cervelli. Questa espressione riassume in due parole una filosofia che può essere attuata in qualsiasi programma: anche un quiz può diventare una lezione di educazione civica, se fra le tante domande leggere o divertenti se ne mette - ad esempio - anche una che verta sulla differenza fra progetto di legge e decreto legge. Se il candidato non conosce la differenza, il presentatore la spiega e così il pubblico la imparerà. Anche negli spettacoli, i testi possono essere preparati con un po' più di spessore. La riprova è che quando lo si fa, il pubblico poi ti premia
Ma cosa dovrebbe trasmettere una televisione di qualità, che voglia nello stesso tempo formare e non annoiare?
In piena notte mi è capitato di rivedere show di Gigi Proietti di 16 anni fa, brillanti e arguti, molto migliori di certe proposte cotte e mangiate che si fanno oggi. La verità è che il duopolio ha spento negli autori ogni proposito di superare se stessi; non si sentono spinti a realizzare programmi intelligenti e briosi: in mancanza di competizione, bastano poche battute volgari e l’obiettivo è raggiunto. In questo modo, in Italia si è perso il desiderio di migliorare la qualità. Forse ho un concetto troppo ingenuamente alto del servizio pubblico ma ritengo che il denaro della collettività debba essere speso meglio. Oggi purtroppo si è perso molto del primato e dello stile Rai: anche nelle luci, nella fotografia, nella regia. Una volta, uno spettacolo della Rai si distingueva subito. Adesso invece, nel prodotto della Rai e in quello di Mediaset si trovano luci facili e tagli uguali, non si percepisce più la differenza. L'idea di inseguire la tivù commerciale ai suoi livelli più bassi è un cancro che ha corroso tutto.
Può tracciare una specie di palinsesto ideale di come dovrebbe essere, secondo lei, una giornata televisiva della Rai?
Se si distingue la qualità oggettiva dalla qualità percepita, se si a scavare, si scopre che c'è tanto di bello nei palinsesti Rai: la mattina, la sera tardi, la notte; e poi, qua e là, i programmi informativi sono fatti bene, qualche spettacolo funziona. Citerei inchieste di Report e molti programmi di RaiTre, le trasmissioni divulgative di Piero Angela. Ma, lo ripeto, qua e là sulle varie reti c'è sempre qualcosa di buono, che conserva il marchio di qualità Rai. Quello che manca è un buon mix, un efficace coordinamento che dia spazio a una vera consistente seconda serata per un pubblico un po' più colto che comunque paga il canone. Per stare sul terreno dello spettacolo, in Moranti, Cementano, ma anche Fiorello si è visto lo sforzo creativo complessivo e in particolare degli autori. Il pubblico vuole sentire racconti, vuole i fatti in forma di racconto accattivante; e l’Italia è piena di storie. Nei pressi di Milano, genitori di bambini focomelici hanno creato una coop che ha successo sul mercato: i bambini si sentono utili perché, nonostante le loro condizioni, riescono a produrre senza fatica componenti per computer. Ma chissà perché a storie vere come questa che commuoverebbe chiunque si preferisce la finta commozione dei falsi reality show.
Quando si discute di qualità della televisione pubblica, è più corretto parlare di formazione oppure di cultura?
Su un canale generalista c'è una grande differenza tra tivù culturale e tivù colta. La tivù culturale può risultare noiosa e pedagogica, assolutamente da evitare (ma va bene se riversata su un canale tematico, per specialisti o aficionados). La tivù colta è invece quella che si inventa prodotto sveglio, ingegnoso e divertente, che regga su un canale generalista; è la tivù che, usando modalità di largo ascolto, introduce elementi che suscitano curiosità nel pubblico. Un esempio può essere la tivù Rai del mattino: intrattenimento familiare ma 'finestre' sull'informazione, sulla storia dei nostri paesi, sulla cucina italiana, con mini pillole in cui si pardi libri, salute, educazione civica, eccetera, (Del resto, proprio nei programmi del mattino la Rai è rimasta leader incontrastata negli ascolti). Ma c’è un’altra osservazione fondamentale da fare. La prima serata, che una volta durava dalle otto e mezza alle dieci, oggi può arrivare addirittura fino a mezzanotte o anche oltre. Il programma di prima serata viene stiracchiato a più non posso,perché si possa affermare di aver vinto gli ascolti della serata. Penso che sarebbe ora di accorciare il programma di prima serata, creando lo spazio per mandare in onda in seconda serata – ma in un’ora che non sia già notturna – un programma un po’ più colto. Ricordo una puntata di Radici e tradimenti, a dicembre, che conteneva un’intervista esclusiva a Helmut Kohl. Preannunciandola, il Tg1 aveva fatto sapere al pubblico che il programma sarebbe andato in onda alle 23.20 Cominciò invece quasi un' ora dopo, per il solito protrarsi di Carramba. Era evidente che dopo mezz'ora il pubblico allertato a cui la Carrà o non piace o non interessa si è spostato sull' offerta informativa della concorrenza, che invece comincia sempre puntuale.
Ciononostante quella puntata ha fatto registrare un'audience molto elevata per quell' ora tarda. È opportuno aggiungere che ai pubblicitari non interessa poi troppo l'audience dopo le 22.30. Alle aziende non conviene spendere cifre enormi per mandare spot a un pubblico indifferenziato, quando invece dalle 23 alle 24 possono rivolgersi a un pubblico molto più qualificato che magari è fatto soltanto di due milioni di persone ma che al novanta % è interessato a comprare, ad esempio, un computer che costa 7 milioni.
Una tivù colta è compatibile con la pubblicità?
Si, a mio parere è soltanto per pigrizia che la televisione non cerca di alzare la mira nelle sue trasmissioni. Dobbiamo renderci conto del fatto che gli investimenti pubblicitari dei prossimi anni si indirizzeranno sempre meno verso i prodotti di base e sempre più verso i prodotti multimediali, i servizi finanziari, le pensioni private: tutti argomenti difficili da raccontare con la semplice suggestione. È chiaro che allora si creerà una discrasia enorme fra la pubblicità sempre più sofisticata di prodotti sempre più complessi e un pubblico di massa incapace di esercitare il senso critico e il gusto estetico.
Come dovrebbe attrezzarsi la Rai per poter affrontare la sfida sulla qualità, soprattutto nei confronti della tivù digitale?
La Rai dispone di una tastiera molto ampia, ma ci vuole un potente indirizzo editoriale per sfruttarne tutte le capacità. Nelle grandi case editrici c'è un amministratore delegato che organizza il tutto in maniera coerente, insieme con i direttori delle collane. È chiaro che, per una politica nuova, alla Rai occorre una forte direzione editoriale, che oggi manca.
L’attuale finanziamento misto della Rai è una formula da mantenere così com’è, da modificare oppure da abolire?
Trovo semplicemente assurda la proposta di diminuire il canone e di alzare gli indici di affollamento pubblicitario. Perché non trasformare invece il canone in una tassa ineludibile, che cioè tutti debbono pagare, defiscalizzandolo? Così si toglierebbe di mezzo l'evasione, e si potrebbe pure applicare la proposta del sottosegretario Vincenzo Vita di farlo pagare in proporzione al reddito. Scopriremmo in tal modo che non sarebbe impossibile raggranellare 700-800 miliardi che certo la Rai non otterrebbe mai se venissero innalzati gli indici pubblicitari.
E’ un principio affermato che le aziende pubbliche debbano realizzare profitti e chiudere i bilanci in attivo. Ma se la Rai si pone questo obiettivo viene accusata di rincorrere l’audience e snaturarsi.
Se la sua missione è svolgere un servizio pubblico, la Rai non è tenuta a realizzare un alto margine di profitti; deve semplicemente non avere debiti e mettere da parte riserve che serviranno per gli investimenti (e il passaggio al digitale ne richiederà una gran mole). Quando l'anno scorso ho visto che il bilancio della Rai si era chiuso con 180 miliardi di utile, ho pensato che di spettacoli del livello della Traviata avremmo potuto farne non uno ma quattro. Nel caso della Rai la rincorsa del profitto in sé e per sé può diventare un'aberrazione. Non si può continuare ad acquistare brutti film horror tedeschi, girati o montati male, con tanto sangue e pochissima sintassi registica con plot inconsistenti, soltanto perché «costano 200 milioni e fanno il 15% di audience e quindi sono un eccellente prodotto industriale», come sostiene il mio collega Balassone. Inseguire su questa pista, senza una marcia in più, le peggiori tivù commerciali, ci ha portato a un assurdo: abbiamo una televisione pubblica che, per fare profitti, rinuncia all'ideale contenuto nella propria missione e come risultato finale perde ascolto e perde risorse; bel paradosso. Per fortuna, dopo un anno e mezzo di discussioni, sono riuscito a far invertire la linea a mio avviso errata di RaiNet: oggi il prestigioso patrimonio della Rai viene messo a disposizione sulla rete in modo molto accattivante, permettendoci, ma come ottimo effetto collaterale, anche di realizzare un buon business perchè sicuramente arriverà pubblicità ( però come conseguenza della qualità).
La convergenza multimediale potrebbe essere l’occasione per il rilancio della televisione pubblica?
Più che un obiettivo o un desiderio è un destino. Se consideriamo il Grande Fratello, dobbiamo dire che (al di là dello squallore dei contenuti) è stato il primo esempio della convergenza dei media e delle tecnologie: andava nella tivù in chiaro, su quella satellitare 24 ore su 24 su Internet, sulla stampa. Nella tivù del futuro i programmi saranno concepiti per essere utilizzati nei vari mezzi, in modo integrato.
Quale sarà, in questo contesto, il ruolo della radio?
La radio svolgerà comunque un ruolo importante. RadioUno è ascoltata prima di tutto per i suoi giornali radio e ha un forte seguito di pubblico la cui età varia dai 25 ai 55 anni. La trasformazione in un moderno canale di news e musica mi pare ben riuscita, Per RadioDue il percorso è molto più difficile, perché ha invece cercato di inseguire il pubblico giovanile senza possedere il know howcomplessivo utile per produrre programmi particolarmente destinati ai giovani in competizione con numerose emittenti ad hoc che hanno successo. Perciò ha perso una parte del pubblico che aveva e non ha ancora conquistato il nuovo, come peraltro era ampiamente prevedibile. A RadioDue è accaduto qualcosa di simile a quanto accadde alla Coca Cola quando investì miliardi di dollari per fare una Coca Cola più dolce. Fu un folp perché la Coca Cola più dolce c’era già…ed era la Pepsi.
Però i prodotti radiofonici della rai sono considerati eccellenti
Le tre reti radiofoniche Rai hanno complessivamente un pubblico di 15 milioni di ascoltatori: sarebbe già un successo mantenerli. Se ci fosse una vera direzione editoriale, si porrebbe chiedere ai cervelli dell' azienda: createmi programmi per i pubblici più diversi, da realizzare "a pezzi" alla radio, in Internet e alla televisione. Ma, per scelte così grintose, dovrebbe cambiare il contesto: se la Rai continua a essere concepita come luogo di occupazione da parte della politica, in cui ognuno pensa a difendere il proprio orticello (di rete e di partito), la sfida con le novità in arrivo diventa un ostacolo insormontabile.