Contri: Rai, stop all'ambiguità

Ambiguità è un termine che applicato alla cultura di chi ha delle responsabilità assume coloriture inquietanti. Chi mai vorrebbe salire su un autobus il cui conducente prima di mettere la marcia facesse professione di ambiguità e d incertezza?

Pubblicazione: 18 novembre 1999 11:06
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
ambiguità

Con la sua consueta lucidità, Jader Jacobelli - presidente della Consulta Qualità della Rai - ha sostenuto nei giorni scorsi su Avvenire che il potere politico deve compiere una scelta di fondo sul futuro della Rai, sottolineando i rischi connessi all'ambiguità di un'azienda "un po' pubblica un po' privata". Di tutt'altro parere mi pare sia il direttore generale della stessa Rai, che - oltretutto - ha teorizzato tempo fa, proprio sul Messaggero, un più ampio concetto di ambiguità con una riflessione filosofica dal titolo un po' preoccupante: "Sarà l'ambiguità a salvarci dalla schiavitù del successo e del denaro". In estrema sintesi, Celli sostiene che "cadute le ideologie che orientavano le aspirazioni generali, si è praticamente obbligati a dare tutto il valore ai mezzi invece che ai fini. Così che la competenza sul loro uso pare l'unica saggezza possibili, e il successo e il denaro finiscono per occupare tutto l'orizzonte".

Queste ultime conseguenze morali non sono nuove, e sono già state avvistate, per esempio sessant'anni or sono, da Thomas Stearn Eliot nei Cori della Rocca: "Gli uomini hanno abbandonato tutti gli dei tranne l'usura, il potere, la lussuria". Ma, a differenza di Eliot, Celli oppone ora alla schiavitù del successo e del denaro la nuda ambiguità, convinto che essa da sola basti ad orientare l'uomo dopo che "il crollo delle ideologie lo ha privato della possibilità di immaginarsi un futuro migliore del presente", così come lo ha privato della "speranza che la storia abbia un senso a dispetto di quanto sia dato constatare". Non credo che si possa così serenamente affermare che la "speranza" e la tensione a "un futuro migliore" siano mai state appannaggio esclusivo delle ideologie. Esse sono proprie di tutte gli uomini: che, in quanto vivono, abitano la storia per mezzo dei significati e ad essi inevitabilmente tendono. Il fatto di ritenere esaurite le spinte propulsive delle persone e della società solo perché la storia ha smentito certe ideologie è il colpo di coda più patetico e subdolo di quelle stesse ideologie. Per chi si occupa di comunicazione, il termine "ambiguità" può essere invero accattivante. Da un certo punto di vista, buona parte della comunicazione si regge su un certo fascino dell'ambiguità: basta pensare alla pubblicità, allo spettacolo, a molta fiction televisiva. Ma qui il significato è un altro. Ambiguità è un termine che applicato alla cultura di chi ha delle responsabilità assume coloriture inquietanti. Chi mai vorrebbe salire su un autobus il cui conducente prima di mettere la marcia facesse professione di ambiguità e d'incertezza? L'uomo ambiguo ipotizzato da Celli è colui che non essendo più certo di nulla si ritiene libero di pescare un po' qua e un po' là, di tenere aperte molte porte comportandosi come se sapesse dove andare. Ma non lo sa. Curioso paradosso: sembra che dalle sicurezze monolitiche delle ideologie si possa solo passare al bricolage dell'ambiguità, dalla chiara visione del "Sol dell'avvenire" al piccolo cabotaggio nella nebbia. Ma esiste un'altra strada, che segue un percorso opposto a quello dell'ambiguità: quella dell'appartenenza. E per farlo bisogna sgombrare i campo da un equivoco: non è vero che si appartiene solo nel caso si aderisca ad una ideologia, a una chiesa, a un partito. Il problema non è appartenere o no. Il problema è appartenere alla cosa giusta.Perché tutti appartengono a qualcosa: lo si deduce da qual è il punto di vista sintetico con cui si valutano le cose della vita. Si può appartenere ad un ideale come a una convenienza, a una passione breve come a una tradizione feconda, a una potente stima di sé come a una trama di rapporti e di opere che veicolano una speranza e un tentativo di costruzione più grande del proprio particolare.“Dov’è il tuo cuore, là c’è il tuo tesoro”, ricorda il Vangelo. E’ ciò a cui si appartiene che determina lo scopo delle azioni che compiamo. Dichiararlo apertamente è forse una delle azioni più coraggiosamente utili che oggi si possa compiere nei confronti della comunità.Certo, dev’essere stata dura per molti uomini riconoscere che si era appartenuti a una utopia fugace e sbagliata. Così com’è duro riconoscere che troppo spesso si appartiene solo a ciò che assicura un tornaconto – materiale umano, politico, professionale che sia – e di cui si diviene inevitabilmente servitori. E duro dev’essere, ma almeno è sincerità, riconoscere che si appartiene solo a se stessi, cioè si è soli, di una solitudine sempre più triste e appagante. Desta quindi un filo di allarme sentire promuovere da un manager che stimo (impegnato come me a diverso titolo nella trasformazione della Rai) la filosofia di un’ambiguità pur “buona”, ma soprattutto cinicamente capace di collezionare le certezze parziali più adatte al momento. E poiché questa “provocazione” è stata fatta pubblicamente, approfitto dell’occasione per reagire pubblicamente.La Rai dovrebbe essere al servizio del paese: e proprio per questo dovrebbe dare la possibilità alle diverse appartenenze di misurarsi con i problemi della vita personale e collettiva. E dovrebbe dare occasione al senso critico dei cittadini di esercitarsi dinanzi alla proposta di diverse appartenenze (o chiamiamole culture) presenti nel paese.Dichiarare la propria appartenenza culturale e verificarne la capacità di offrire momenti di alta collaborazione e stimolo è un atto che dobbiamo a noi stessi e ai cittadini di cui amministriamo un bene. Altrimenti è alto il rischio che, in nome dell’ambiguità, ci si ritenga padroni di forgiare uno strumento potente come la Tv di Stato secondo delle semplici tattiche, intelligenti o presunte tali, di chi in quel momento si trova sul ponte del comando. Tracciando una rotta verso porti sconosciuti, navigando in un mare nebbioso dove si confondono in maniera crescente mercato, servizio, qualità, ascolti, profitti, canone, pubblicità, e per di più senza il “portolano” di una missione chiara, definita e vincolante nei confronti del servizio pubblico e del sistema paese.