Diamo forma alla piattaforma

Pubblicazione: 26 novembre 2007 17:25
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
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IN ITALIA LA PAROLA INNOVAZIONE E' UN MITO PRIVO DI SOSTANZAI mass media alla prova della discontinuità. E' uno dei principali problemi del mondo dei mass media: l'improvvisa discontinuità dei fenomeni sottesi allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. Per una sorta di spinta inerziale molto significativa  dovuta alla centralità che il mezzo televisivo ha avuto per molto tempo - e quindi per la sua importanza economica e per lo sforzo produttivo che ci sta dietro - la tv si è trovata ad essere all'origine di ogni progetto e sforzo autorale. Tale inerzia è del tutto evidente se si analizzano le risorse umane e quelle produttivo/finanziarie destinate al mantenimento della TV generalista rispetto a quelle impiegate per i cosiddetti nuovi media. Un errore di prospettiva ''analogica'. Man mano che hanno cominciato a svilupparsi i mezzi di comunicazione capaci di veicolare anche file multimediali (web 2.0 su banda larga, videofonìa) si è immaginato, in una logica di pen­siero sequenziale - potremmo dire analogica - che la modalità più efficace per diffondere ulteriormente i contenuti televisivi fosse quello di pro­porli in modalità multi piattaforma in modo che fossero visibili anche sui nuovi media. Così si è consolidato un errore di prospettiva di cui ora si pagano le conseguenze. Anche perché, proprio per l'enorme sforzo che richiede progettare e produrre per la tv secondo gli attuali canoni, si è portati a considerare gli ultimi mezzi di comunicazione come semplici "ripetitori" ancillari dei contenuti televisivi. E' seguendo questa logica che i broadcaster meno avanzati dedicano tuttora a queste attività risorse del tutto marginali, mentre ben diverso è l'atteggiamento di privati come NewsCorp o di tv pubbliche come France Tele­vision e BBC, che stanno investendo da tempo risorse davvero rilevanti. Pur disponendo di ri­sorse drammaticamente inferiori (0,2% del bi­lancio del Gruppo!), in Rai si è comunque sa­puto costruire un progetto d'avanguardia. La "case history'' www.rai.it alla prova dei fatti. Se andiamo ad esaminare la case-history del portale www.rai.it ci rendiamo conto che il portale medesimo ha cominciato a crescere a ritmi sostenuti (+537% dal 2002, raggiungendo nel mese di ottobre 2007 il massimo storico di 5 milioni di utenti unici, posizionandosi al 4° posto tra i portali dei Broadcaster/Editori ita­liani) proprio da quando si è cominciato ad abbandonare il concetto dei cosiddetti "siti vetri­na", vale a dire quei siti dedicati a promuovere tal quali i contenuti dei programmi Rai sul web. I primi successi sono arrivati quando, pur partendo dai programmi, si è iniziato ad offrire contenuti confezionati secondo modalità di fruizione gradite ai navigatori: ad esempio pa­gine riassuntive di servizi informativi dedicati ad un tema del momento aggregati da varie fonti, oppure backstage con materiali inediti, clip di pochi minuti di interventi di comici, mo­menti salienti di programmi dedicati alla cuci­na, al paesaggio, alla musica, ai ragazzi, rimon­tate in playlist tematiche (fruibili sia come flus­so che per singolo file), come si può vedere nel­l'innovativo portale rai.tv, cresciuto del 90% dal 2006. Con questo si dimostra ''in vivo'' e non su basi semplicemente teoriche, che la stra­da giusta consiste nello svolgere un ulteriore lavoro editoriale che rispettando i valori e i contenuti minori del brand Rai faccia in mo­do che pubblici nuovi e diversi possano entrare in contatto con questi valori e questi contenuti secondo nuove modalità di fruizione. Gruppi di lavoro dedicati a dialogare tramite le nuove sintassi. Ritornando a una tematica di un palinsesto da immaginare per più mezzi, emerge un dato che è comune al broadcaster di tutto il mondo: ancorché sia teoricamente ragionevole ritenere che il concept di un programma debba essere ideato all'inizio tenendo presente tutti i suoi possibili impieghi multipiattaforma, si è poi visto che in ogni paese sono nate società e unità dedicate re/packaging e alla progettazione di contenuti per le piattaforme diverse e separate da quelle della produzione tv. Queste piattaforme sono regolate (oltre che da una assai diversa tecnologia di produzione)da una grammatica e da una sintassi "altra" rispetto a quella della tv generalista. Anche perché oramai gli utenti che ne fruiscono sono spesso diversi dal punto di vista psico-socio-demografico rispetto ai fruitori consuetudinari della tv. Spostare l'ottica dalla parte dei nuovi utenti Grazie al lavoro di queste società, si è cercato di correggere l'errore di prospettiva tipico del modo di pensa­re "generalista" (cioè rivolto alla massa del pubblico), per spostare l'ot­tica verso "cluster" di utenti che praticano abitudini di consumo mediale diverse a seconda del mezzo utilizza­to in quel momento.Qual è ad esempio la caratteristica principale del telefono cellulare? Lo dice il suo stesso nome in inglese "mobile", vale a dire essere un mezzo che permette di comunicare e ricevere "in movimento".Ne consegue che ne trarranno privilegio tutti quei contenuti che pur prodotti per la tv sono fruibili con rapidità: quindi news flash, traffico, meteo, informazioni utili o descrittive legate al territorio dove ci si trova. Natural­mente si è parlato di news fla­sh... e non di "pistolotti" di venti minuti che contraddicono per de­finizione il concetto di notiziario veloce ed aggiornato. Saper dosare la crossmedialità. Riflettendo ulteriormente sul­la cross-medialità, non è poi affa­tto scontato che ogni programma debba essere declinato secondo una modalità multipiattaforma: esiste una quantità di sfumature diverse in ba­se alle quali un programma si può intrecciare con metodologie che vanno da un basso ad un alto tasso di interattività.Un programma televisivo può rimandare ad un archivio da consultare, invitare a cercare approfondimenti o vedere contenuti extra; in­viare commenti via mail o partecipare in diret­ta ad un forum, interagire via sms o internet, partecipare a concorsi, inviare foto e video se­condo la nuova tendenza dell'User Generated Content. Questi contenuti vanno poi maneggia­ti secondo la sintassi specifica, pena la fuga da parte degli utenti avanzati.Meno mitologie e più analisi Certamente uno dei principali problemi è costituito dal fatto che chi disegna i piani edito­riali e i palinsesti all'origine ha una cultura te­levisiva tradizionale, sicché quasi sempre si fini­sce per cadere nell'errore di forzare contenuti vecchi in contesti nuovi. Non basta aggiungere un po' di interattività ad un modesto program­ma pensato per la solita tv generali sta un po' vecchiotta... per farlo diventare moderno e gra­dito ad un pubblico giovane. Anzi, il mito dell'interattività è alla base del modesto successo del digitale terrestre in­teso come opportunità di sfruttamento di una tecnologia in grado di rendere lo spettatore assai più attivo. Sia per la scarsa qualità dei contenuti offerti sotto questo punto di vista, ma anche per la rudimentale opportunità di interattività che la trasmissione digitale offre rispetto al web su banda larga. Rockefeller diceva che l'importante non è evitare errori, bensì sfuggire quelli da cui non ci si può risollevare. Dalla bolla di internet nei nuovi media se ne stanno però facendo un po' troppi, e la responsabilità risiede nella rendita di posizione che intorbida la vista, confinando la parola "innovazione" nei documenti pro­grammatici, e facendone un mito privo di sostanza. Ma questo è un problema che riguarda tutto il paese. I mass media, gestiti come sono oggi, ne sono un preoccupante riflesso.