Giovani multitasking, solo utopia

Una generazione che, credendo di essere costantemente connessa, incamera migliaia di frammenti scollegati e vive immersa nella “costante attenzione parziale”.

Pubblicazione: 23 febbraio 2016 17:34
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
Multitasking-utopia
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Se ci domandiamo quale è stato il primo grande evento attinente la comunicazione nella storia dell’uomo, ci troviamo inevitabilmente a rispondere: la nascita del linguaggio. Avvenimento che, secondo gli studiosi della materia, può essere collocato in un ampio lasso di tempo che va dal 100.000 al 50.000 a.C..Con tutta probabilità l’uomo di Cro-Magnon (così viene chiamato il primo essere umano molto simile a noi) parlava proprio come i Minions, accoppiando diverse espressioni facciali a monosillabi e versi.Occorrerà aspettare non meno di 50.000 anni (a seconda di dove si situa nel tempo la data della nascita del linguaggio) per assistere all’apparire della scrittura, intorno al 1500 a.C., ad opera di sumeri, egizi, cinesi.Passeranno poi altri 3.000 anni per arrivare ad un nuovo grande break-trough, l’invenzione della stampa a caratteri mobili ad opera di Gutemberg nel 1554 d.C..Ci vorranno ancora altri trecento anni per assistere, nel 1840, alla nascita del primo quotidiano stampato, il London Gazette.

Da quel giorno non così lontano, e fino ad oggi, si è invece verificato un incessante susseguirsi di scoperte e di innovazioni tecnologiche da far girare la testa: telegrafo, linotype, fotografia, cinema, radio, tubo catodico, trasmissione tv, digitalizzazione dei segnali, personal computer, per arrivare al grande big bang del web con le conseguenze che tutti conosciamo.In pochissimi anni si è poi passati dal broad-casting al narrow-casting, dalla comunicazione da-uno-a-tutti alla comunicazione da-tutti-a-tutti, accompagnata dalla grandissima rivoluzione portata dall’interattività.

Se riflettiamo sulla lunga storia della comunicazione, è come se una lunghissima molla abbia cominciato a comprimersi molto lentamente fino a schiacciarsi quasi del tutto solo negli ultimi anni.

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Mentre la molla si comprime probabilmente oltre il tollerabile, una colossale rivoluzione ha fatto in modo che il sapere del mondo intero si trovasse a disposizione di chiunque e in qualsiasi luogo. Con un effetto secondario non da poco: la moltiplicazione esponenziale di canali e di fonti informative.A fronte di questa sovrabbondanza, di questo vero e proprio sovraccarico (gli americani lo chiamano da tempo information overload), si manifesta per contro un nuovo preoccupante fenomeno: la progressiva mancanza di tempo per analizzare, scegliere, stabilire priorità, concentrarsi su un solo contenuto.

Sparisce pian piano il peak time per fare posto al my time, in quanto sono sempre meno i momenti in cui assistiamo tutti assieme allo stesso programma, e crescono invece quelli in cui ciascuno di noi si crea il proprio palinsesto.La pubblicità smette via via di avere un atteggiamento “push” per diventare sempre più “pull”, vale a dire ricercata e interrogata.

A questi mutamenti già di per sé molto significativi, se ne aggiunge un altro, di carattere antropologico, e destinato a contrassegnare il modo di pensare delle nuove generazioni: il vivere di frammenti.E’ sempre più raro che si assista ad un programma televisivo senza consultare temporaneamente un tablet, scrivere un tweet, inviare un sms.Un numero sempre maggiore di persone, soprattutto giovani, ritiene di poter essere multitastking, dimenticando che questa opzione tipica di un computer non è compatibile con le attività della mente conscia.

In virtù di tutto questo, possiamo affermare di vivere in un periodo storico che è giustificato definire “l’era della costante attenzione parziale”.Qualche apprendista stregone ritiene che la grande plasticità neuronale del cervello umano permetterà a questa generazione di crescere felicemente “multitasking”: che madornale cantonata!Come è mai possibile che il cervello rettiliano, sviluppatosi nell’attuale forma attraverso un lunghissimo periodo di 250.000 anni, possa modificarsi drasticamente in poco più di un decennio? Certo che cercherà di adattarsi, ma dando semmai origine a delle vere e proprie patologie.

A parte la denuncia oggettivamente provocatoria di “Internet ci rende stupidi” di Nicholas Carr, oramai siamo letteralmente sommersi da studi e ricerche da tutto il mondo che dimostrano, ad esempio, che i bambini troppo precocemente educati all’uso del computer invece che alla scrittura dimostrano ritardi nel linguaggio.Chi ha pratica di insegnamento universitario non può non accorgersi con preoccupazione di una crescente frammentazione del pensiero in un numero sempre maggiore di studenti. Diceva Wittgenstein: “Poiché il linguaggio è il mezzo con cui l’io si rapporta con la realtà, se è corrotto il tuo linguaggio significa che è corrotto il tuo rapporto con la realtà”. Così ci troviamo di fronte al paradosso di una generazione che, credendo di essere costantemente connessa con il mondo, percepisce e incamera migliaia di frammenti scollegati tra loro, a causa di questo vivere immersa nella “costante attenzione parziale”.

Non si è imparato nulla dalla prima bolla di internet, e si continua a vivere sognando un sol dell’avvenire rappresentato oggi dalle magnifiche sorti e progressive dell’incessante sviluppo tecnologico. Non è questione di essere conservatori o laudatores temporis acti, ci mancherebbe, perché è del tutto impensabile rinunciare al supporto delle innovazioni tecnologiche digitali. Più utile ricordare, come era solito fare il grande pubblicitario Bill Bernbach, che la tecnologia deve essere al servizio delle idee, e non il contrario…Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma non lo è affatto!

Lo dimostra Project Rebrief, un curioso e interessante progetto proposto da uno dei giganti del web, Google.Sono andati a scovare i più famosi creativi americani oggi ottantenni, autori delle storiche campagne di advertising per Coca Cola o Avis negli anni sessanta, hanno messo loro in mano cellulari e tablet e hanno chiesto loro di progettare nuove campagne che tenessero conto del contesto tecnologico in cui i giovani consumatori oggi vivono immersi. Gli attempati creativi hanno sfoderato tutto il loro modo di pensare “analogico” ideando progetti che hanno entusiasmato i giovani manager di oggi di quelle storiche aziende.Nel video di presentazione, il project manager di Google – un ingegnere indiano di trent’anni – afferma senza mezzi termini: “Per troppo tempo ci siamo concentrati sulla tecnologia, è ora di tornare a concentrarci sulle persone e sulle loro storie”.

Proprio da Google ci è arrivata la dimostrazione lampante che il pensiero è e resterà analogico, mentre digitali sono le applicazioni e le soluzioni di supporto.E poi, se ci pensiamo bene, solo una buona struttura di pensiero sarà in grado di creare storie capaci di attirare l’attenzione di chi vive perennemente distratto. Qualsiasi rivoluzione tecnologica è destinata a rimanere senza senso se non avrà il compito di veicolare contenuti ben progettati, interessanti, approfonditi, attraenti o spettacolari.

Conviene quindi che ci precipitiamo a fare in modo che le giovani generazioni siano padroni della tecnologia invece di esserne sopraffatti o perennemente distratti.