Il degrado del linguaggio, metafora del declino del paese

La brutta sorpresa, per me, è giunta al momento degli esami: pur a conoscenza della materia, solo il 10% degli studenti (a essere generosi) ha dimostrato di avere una buona padronanza della lingua italiana. Tutti gli altri si sono espressi soprattutto per anacoluti, in una sorta di “broken italian” dalla sintassi scazonte, con nessi e riferimenti spesso impropri.

Pubblicazione: 5 giugno 2008 15:48
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
Il degrado del linguaggio, metafora del declino del paese

Nonostante i molteplici impegni, quest’anno ho accettato di tenere due corsi presso due facoltà di Scienza della Comunicazione, a Milano e a Roma: uno di Comunicazione sociale, e l’altro di Teoria e Tecnica del linguaggio pubblicitario. L’ho fatto perché ho ritenuto sacrosanto il richiamo dei presidi nel dare un’impronta più concreta all’insegnamento, chiamando a far parte del corpo insegnante professionisti di lunga esperienza. E ho scoperto che sono in molti i nomi “storici” della pubblicità italiana ad aver accettato analogo invito: da Enrico Lehman a Marco Vecchia, da Franco Moretti a Rossella Sobrero, solo per citarne alcuni. L’insegnamento mi sta dando molte soddisfazioni, anche perché i ragazzi, chiamati a partecipare a laboratori e a lezioni molto interattive, reagiscono con notevole partecipazione. Sapendo che degli oltre 80.000 iscritti a questa facoltà (ma questo è ben altro problema…) solo gli eccellenti potranno trovare una adeguata sistemazione, ho fatto ogni sforzo per aiutarli a puntare a questo traguardo.

La lingua italiana muore in bocca ai giovaniLa brutta sorpresa, per me, è giunta al momento degli esami: pur a conoscenza della materia, solo il 10% degli studenti (a essere generosi) ha dimostrato di avere una buona padronanza della lingua italiana. Tutti gli altri si sono espressi soprattutto per anacoluti, in una sorta di “broken italian” dalla sintassi scazonte, con nessi e riferimenti spesso impropri. Quello che mi ha francamente turbato è stato lo scoprire che non si tratta semplicemente di cattive abitudini lessicali, ma del segnale rivelatore di una generazione che, al momento di affrontare un sempre più difficile ingresso nel mondo del lavoro, si trova addirittura a combattere con soggetto, complemento e predicato, per di più non in un corso di Scienza delle Costruzioni, ma di Scienza della “Comunicazione”. Temendo di essere troppo severo o di incappare in un abbaglio – in fondo come professore sono un neofita – in più occasioni (seminari, master, incontri di Aspen) ho voluto confrontarmi con illustri professori di ruolo di altre blasonatissime università… e tutti mi hanno confermato la gravità della situazione, citando per soprammercato il caso delle tesi, che sempre più spesso sono fatte con un grande impegno di “copia e incolla” e grande povertà, invece, di collegamenti e argomentazioni (cioè tesi!) personali.

In principio non c’è più il “verbo”.Ho capito anche, dopo averne parlato con loro, che i ragazzi tutt’al più intendono il linguaggio come un fatto estetico, come un vestito da dare ai pensieri. Sembrano ignorare che “in principio era il verbo”, e che per questa ragione, un linguaggio corrotto o smozzicato è semplicemente sinonimo di un pensiero altrettanto corrotto e smozzicato. Un aneddoto tragicomico: alla prima sessione di esami sono venuti in molti, insolitamente silenziosi ed attenti. Tornati al loro posto, i primi interrogati (che erano stati benevolmente ripresi sull’argomento), cercavano di passare questa importante informazione ai compagni “Ohi, attenti, pretende la proprietà di linguaggio”, quasi consigliassero di cercare negli appunti un rapido ripasso di questa voce.“La faccenda è ancora più grave di quanto sembri” mi dice il poeta Davide Rondoni che incontro in treno.“Perché il linguaggio è il mezzo con il quale l’io si relaziona con la realtà. Il degrado del linguaggio cui si assiste significa che siamo di fronte ad una generazione che non è stata più educata a mettersi in rapporto con la realtà, quasi fosse una continua fiction da osservare distrattamente e non da vivere, ascoltare, analizzare, comprendere”.“Non sarà – ribatto io - che tutto è complicato dallo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, a causa delle quali si consumano singoli pezzi di media e quindi si collezionano frammenti? Penso anche ai pensieri costretti nei 150 caratteri degli SMS…”“Questa può essere un’aggravante, ma non costituisce affatto il motivo del degrado della lingua- ha ribattuto Rondoni. Di quante parole è composta la poesia “Mi illumino di immenso”? Se il pensiero è solido e ben costruito, ricco di nessi con conoscenze e esperienze ben sedimentate, il limite è soltanto uno stimolo alla creatività. Il problema è quindi ben più a monte…”.

La civiltà dell’immagine ha ucciso la parolaE allora provo a risalire su per li rami, interpellando Franco Camisasca, insegnante di lettere di lunga esperienza in un Istituto Tecnico superiore di Milano, uno di quelli capaci di spiegare Dante o Manzoni affascinando i ragazzi come se parlasse di Star Wars. Mi dà una spiegazione ancora più preoccupante: “Io non faccio più l’insegnante, ma il domatore di leoni. Passati i primi dieci minuti, non si riesce più a tenere la loro attenzione, presi come sono a mandarsi sms con il cellulare sotto il banco o a fare altro. Questi sono i figli della cosiddetta civiltà (?) dell’immagine, che hanno perso l’abitudine di leggere, prima a causa del troppo tempo passato davanti alla tv, poi per quello passato davanti ai videogiochi. Per loro oramai un concetto può essere espresso al massimo in forma di emozione momentanea, che non lascia traccia né articolazioni neurolinguistiche”.La drammatica morale che possiamo trarre da questo disarmante quadro è la seguente: nell’era della multimedialità interattiva e dello sviluppo delle tecnologie della comunicazione, ci troviamo sempre di più a fronteggiare un popolo di persone dal linguaggio degradato perché degradato è il loro modo di pensare, il loro modo di rapportarsi con la realtà. Personalità fragili formate di frammenti, con una mente che potremmo definire a macchia di leopardo: nel migliore dei casi brandelli di conoscenza sparsi, senza collegamenti tra di loro. Sembra quasi che, per un assurdo paradosso, nell’era che ha visto il grande sviluppo dell’elettronica, le sinapsi si siano scollegate, lasciando gruppetti di neuroni ad accendersi e spegnersi in solitudine.Paghiamo così sia l’abolizione dello studio del latino nelle medie come la mancata attenzione a proteggere e diffondere la lingua come invece si fa tuttora in Francia e in altri paesi.

Un paese disarmato di fronte alla complessitàUna assai pericolosa tenaglia stringe quindi il bel paese, che già Eugenio Scalfari ha descritto come uno specchio rotto: nuove generazioni con un modo di pensare disarticolato, svincolato dalla realtà, frammentato, si affacciano al mondo del lavoro, in un ambiente sempre più competitivo e difficile, mentre le classi dirigenti fanno a gara nel rifugiarsi nella comunicazione e nella ricerca dell’evento di giornata capace di impressionare i cittadini/elettori. Nella cosiddetta civiltà dell’immagine, in principio non c’è più il verbo, ma un lampo, un colore, una sensazione visiva, proprio come quelli delle discoteche dove molti ragazzi – e molti adulti – si impasticcano per reggerne la sempre più veloce sequenza. Così l’intero sistema sociale, lentamente ma inesorabilmente, assomiglia sempre di più alle facciate finte dei palazzi di Cinecittà, dietro le quali non c’è alcuna struttura se non qualche puntello, visto che la struttura del linguaggio, e quindi quella del pensiero, si è irrimediabilmente deteriorata o è addirittura svanita. Per questo suona così paradossale sentire predicare la modernità di una “inclusione sociale” che sarebbe tale solo grazie allo sviluppo e alla padronanza delle tecnologie digitali e della banda larga. Per comunicarsi che cosa? Forse le infinite sciocchezzuole che le tribù degli spot delle tlc si possono inviare a vicenda solo perché gliene danno 500 gratis? Ha ben ragione Baumann nel sostenere che il web non è di per sé sinonimo di democrazia compiuta o di inclusione sociale, ma potrebbe correre addirittura il rischio opposto.

Tornare alle origini del linguaggioO si ricomincia ad occuparsi di contenuti, e quindi si ritorna daccapo con il latino, con l’obbligo di leggere e riassumere libri, con lo sforzo di sviluppare il senso critico tramite la parola letta, scritta e parlata, oppure sprofonderemo sempre di più nell’abisso dei poveracci del pianeta, con buona pace di tutte le mitologie digitali che, anzi, senza un “buon” pensiero alle spalle, non faranno che aggravare la situazione.