Il principio non è più il verbo ma un lampo

Pubblicazione: 23 luglio 2007 16:46
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
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Nonostante i molteplici impegni, quest'an­no ho accettato di tenere due corsi presso due facoltà di Scienza della Comunicazione, a Mi­lano e a Roma: uno di Comunicazione sociale, e l'altro di Teoria e Tecnica del linguaggio pubblicitario. L'ho fatto perché ho ritenuto sa­crosanto il richiamo del presidi Morcellini e Fabris nel dare un'impronta più concreta all'insegnamento, chiamando a far parte del cor­po insegnante professionisti di lunga esperien­za. E ho scoperto che sono in molti i nomi "storici" della pubblicità italiana ad aver ac­cettato analogo invito: da Enrico Lehman a Marco Vecchia, da Franco Moretti a Rossella Sobrero, solo per citarne alcuni. L'insegnamento mi sta dando molte soddisfazioni, anche perché i ragazzi, chiamati a partecipare a laboratori e a lezioni molto interattive, reagiscono con notevole partecipazione. Sapendo che degli oltre 80.000 iscritti a questa facoltà (ma questo è ben altro proble­ma...) solo gli eccellenti potranno trovare una adeguata sistemazione, ho fatto ogni sforzo per aiutarli a puntare a questo traguardo. La brutta sorpresa, per me, è giunta al momento degli esami: pur a conoscenza della materia, solo il 10% degli studenti (a essere generosi) ha dimostrato di avere una buona padronanza della lingua italiana. Tutti gli altri si sono espressi soprattutto per anacoluti, col­legati da dosi massicce di "cioè, quindi, praticamente, dunque e - soprattutto - in qualche modo". Quello che mi ha francamente turbato è stato lo scoprire che non si tratta semplice­mente di cattive abitudini, ma del segnale ri­velatore di una generazione che, al momento di affrontare un sempre più difficile ingresso nel mondo del lavoro, si trova addirittura a combattere con soggetto, complemento e pre­dicato, per di più non in un corso di Scienza delle costruzioni, ma di Scienza della "Comu­nicazione ". Temendo di essere troppo severo o di incappare in un abbaglio - in fondo come professore sono un neofita - in più occasioni (seminari, master, incontri di Aspen) ho volu­to confrontarmi con illustri professori di ruolo di blasonatissime università... e tutti mi hanno confermato la gravità della situazione, citando per soprammercato il caso delle tesi, che sem­pre più spesso sono fatte con un grande impe­gno di "copia e incolla" e grande povertà, in­vece, di argomentazioni (cioè tesi!) personali. In un viaggio in treno, proprio mentre sto rimuginando queste riflessioni, incontro Davide Rondoni, che insegna poesia all'Università di Bologna. . Quello che mi preoccupa - esordisco - è il rendermi sempre più conto che i ragazzi intendano il linguaggio come un fatto estetico, come un versetto da dare ai pensieri, mentre non si può ignorare che "in principio era il verbo" , e che un linguaggio corrotto o smozzi­cato è semplicemente Sinonimo di un pensiero altrettanto corrotto e smozzicato. Un aneddo­to che ha del tragicomico: alla prima sessione di esami sono venuti in molti, insolitamente si­lenziosi ed attenti. Tornati alloro posto, i pri­mi interrogati (che erano stati benevolmente ripresi sull'argomento), passavano questa im­portante informazione ai compagni "Ohi, at­tenti, pretende la proprietà di linguaggio", quasi consigliassero di cercare negli appunti un rapido ripasso di questa voce. "La faccenda è ancora più grave di quanto sembri" replica Rondoni. "Perché il linguag­gio è il mezzo con il quale l'io si relaziona con la realtà. Il degrado del linguaggio cui si assi­ste è segno che siamo di fronte ad una genera­zione che non è stata educata a mettersi in rapporto con la realtà, quasi fosse una conti­nua fiction da osservare distrattamente e non da vivere, ascoltare, analizzare, comprendere". "Non sarà - ribatto io - che tutto è compli­cato dallo sviluppo delle tecnologie di comu­nicazione, a causa delle quali si consumano singoli pezzi di media e quindi si collezionano frammenti? Penso anche ai pensieri costretti nei 150 caratteri degli SMS... " "Questa può essere un'aggravante, ma non costituisce affatto il motivo del degrado della lingua- ha ribattuto Rondoni. Di quante parole è composta la poesia "Mi illumino di Immenso"? Se il pensiero è solido e ben co­struito, ricco di nessi con conoscenze e espe­rienze ben sedimentate, il limite è soltanto uno stimolo alla creatività. Il problema è quindi ben più a monte ... " E allora provo a risalire su per li rami, scoprendo situazioni sempre più allarmanti. Fran­co Camisasca, insegnante di lettere di lunga esperienza in un Istituto Tecnico superiore di Milano, uno di quelli capaci di spiegare Dante o Manzoni affascinando i ragazzi come se parlasse di Star Wars, mi dà un altro preoccupante segnale: "Io non faccio più l'insegnante  ma il domatore di leoni. Pas­sati i primi dieci minuti. non si riesce più a tenere la loro attenzione, presi come sono a mandarsi sms con il cellulare sotto il banco o a fare altro". Cosa che ho scoperto capitare normal­mente anche all'università, e cosi, prendendo spunto da un paginone del Corriere sull'argo­mento, ho cercato di spiegare che il "multi-ta­sking" non è una tecnica adatta al cervello umano, che non è un computer: lo stesso Ein­stein affermava di non potere seguire più di una cosa per volta. Ecco l'amara morale che possiamo trarre da questo disarmante quadro: nell'era della multimedialità interattiva e dello sviluppo delle tecnologie della comunicazione, ci tro­viamo sempre di più a fronteggiare un popolo di persone dal linguaggio degradato perché degradato è il loro modo di pensare, il loro modo di rapportarsi con la realtà. Personalità fragili formate di frammenti, con una mente che potremmo definire a macchia di leopardo: nel migliore dei casi brandelli di conoscenza sparsi, senza collegamenti tra di loro. Sembra quasi che, per un assurdo paradosso, nell'era che ha visto il grande sviluppo dell'elettroni­ca, le sinapsi neuronali si siano scollegate, la­sciando gruppetti di neuroni ad accendersi e spegnersi in solitudine. Paghiamo cosi l'abolizione dello studio del gre­co e del latino, materie che contribuivano in maniera determinante allo sviluppo di capacità sintetiche e analitiche, ad una ginnastica mentale in grado di aiutarci a trovare il bandolo in contesti complessi. Solo ora, a sessant'anni suonati, mi rendo conto quanto sia stato benedetto il sudare su traduzioni che, se affrontate con leggerezza e senza attenzione alle più diverse correlazioni non semplicemente sintattiche, potevano portarti a sbagliare completamente il senso e il significato voluto dall'autore. Una drammatica tenaglia stringe quindi il bel paese: nuove generazioni con questo modo di pensare disarmato e frammentario si affac­ciano al mondo del lavoro, in un mondo sem­pre più competitivo e difficile, mentre la poli­tica, piuttosto che risolvere problemi e indica­re strade, si rifugia nella comunicazione, nell'immagine e nella ricerca dell'evento di gior­nata capace di impressionare gli elettori. Nella cosiddetta civiltà dell'immagine, in principio non c'è più il verbo, ma un lampo, un colo­re, una sensazione visiva, proprio come quelli delle discoteche dove ragazzi - e adulti, ahimè - si impasticcano per reggere la sempre più veloce sequenza. Cosi l'intero sistema sociale, lentamente ma inesorabilmente, assomiglia sempre di più alle facciate finte di Cinecittà, dietro le quali non c'è alcuna struttura se non qualche puntello, visto che la struttura del lin­guaggio, e quindi quella del pensiero, si è progressivamente deteriorata. Questo è il motivo per il quale stiamo scendendo ai piani bassi di tutte le classifiche, e paesi come la Spagna, che prima erano dietro a noi, oramai ci hanno superato di diverse lunghezze. O si ricomincia daccapo con il greco, il latino, lo sviluppo del senso critico oppure sprofonderemo sempre di più, con buona pace di tutte le mitologie digitali che, anzi, senza un "buon" pensiero alle spalle, non faranno che aggravare la situazione.