La tv al passaggio tra due epoche

Pubblicazione: 11 dicembre 1998 11:33
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
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Per lo sviluppo della Rai occorrono risorse innovativeE’ sempre rischioso, almeno per chi non è abituato a giocare troppo disinvoltamente con le idee, valutare i tempi in cui viviamo come se fossimo sempre alla vigilia di dirompenti sconvolgimenti.Il fatidico anno 2000, a prescindere dai valori simbolici riguardo l’ingresso nel nuovo millennio, non è altro, in fin dei conti, che l’anno successivo al 1999 e precedente all'anno 2001. Questa elementare avvertenza, con il suggerimento alla prudenza nell'annunciare proclami, dovrebbe valere ancora di più nel campo delle previsioni economiche e di mercato, dove domina, come è noto, l’incertezza. Lo stesso Keynes sosteneva che “il prevedibile non si avvera mai e l’imprevisto sempre”. Nel campo dei media sono innumerevoli gli esempi di previsioni errate e di falsi annunci su presunte svolte rivoluzionarie. Molti pseudo-strateghi avevano preconizzato, a titolo di esempio, la fine della radio e del cinema con l’avvento della televisione, il declino di quest’ultima con la nascita dell’home-video, la rottamazione alla fine degli anni ’80 della “vecchia” televisione a seguito del “rivoluzionario” sistema delle tv ad alta definizione, più recentemente la marginalizzazione progressiva della tv generalista, come tipologia di offerta e come modello incentrato sulla pubblicità a vantaggio delle varie forme di televisione a pagamento.E’ inutile ricordare che l’evoluzione del sistema ha sempre determinato l’integrazione fra i vari mezzi di comunicazione e che in molti casi le previsioni non sono state rispettate (la stessa tv generalista, in un mercato maturo come quello USA, pur perdendo quote non ha smesso di mancare utili), mentre una quantità non indifferente di risorse è stata inutilmente impegnata e dispersa in irrealistici progetti.Pur con tutte le cautele suggerite da questa doverosa premessa, non si può non rivelare che il sistema televisivo, in tutti i Paesi, si trovi di fronte a una svolta, essendo in una fase di passaggio fra due “epoche” televisive. Vi è infatti la percezione, se non la sicurezza da parte dei più, che l’attuale modello televisivo sia in fase declinante avendo perso anche le energie e le capacità di un tempo; mentre nel contempo appare incerto e nebuloso l’approdo finale di un nuovo modello in cui si intravedono solo i contorni.In effetti la televisione non è più il luogo tranquillo di un tempo. E forse proprio questa tranquillità molti rimpiangono. Così era la tv del monopolio pubblico, dichiaratamente pedagogica (ma perché per alcuni sembra essere una parola impronunciabile?) di buona qualità, e molto rispettosa del pubblico. Lo stesso periodo iniziale, molto più dinamico, della concorrenza fra pubblico e privato negli anni Ottanta si è caratterizzato per le forti spinte innovative nel linguaggio ideativo e produttivo.Ora alla tranquillità di quei periodi è subentrata una forte turbolenza. Cerchiamo quindi di capire le tendenze di fondo del sistema televisivo così da individuarne i percorsi più ragionevolmente possibili.Sono tre, a mio personale parere, i grandi vettori portanti di una profonda modificazione della televisione.1) La tv, come tutto il sistema delle comunicazioni di massa, assume sempre più i connotati, le peculiarità di un vero e proprio mercato. Oltretutto è un mercato di punta, uno di quei mercati che misurano di fatto la forza, l’efficienza di ciascun Paese (come era una volta per la produzione di acciaio, o la rete ferroviaria o quella elettrica) Un mercato quindi che, come tutti i mercati, ha bisogno, eccome, di regole, ma regole che assecondino innanzitutto le maggiori valorizzazioni del mercato stesso, salvaguardando a un tempo il prezioso bene delle libertà. Questa esigenza di crescita è fortemente sentita in Italia, dove sopravvive il sistema più povero dell’Europa, fattore che ci fa correre il rischio di rimanere ai margini dei nuovi equilibri mondiali basati sulla comunicazione.2) A corollario del precedente punto, si assiste da alcuni anni allo sbriciolarsi dei confini nazionali, delle barriere protezionistiche. Il prodotto audiovisivo, in effetti, ha avuto sempre un’ampia circolarità, anche se attualmente (quasi fosse una risposta alla globalizzazione dei mercati) le esigenze di comunicazione basate sul locale e sul regionale sono fortemente sentite. In più si assiste ora, con sempre maggior frequenza, al propagarsi delle singole grandi imprese multimediali, le quali potrebbero ridimensionare quelle imprese che, in ambito nazionale, ma solo in ambito nazionale, appaiono grandi e che spesso, con una politica miope, sono state costrette a non espandersi ulteriormente nell’ambito della multimedialità.3) Il terzo elemento di rottura con il passato è la forte turbolenza tecnologica. In questo caso, come già accennato, è molto difficile prevedere l’approdo finale (se mai vi sarà un solo modello televisivo vincente). Si possono comunque intuire alcune direttrici sulle quali si consoliderà il nuovo sistema:a) aumenterà sicuramente la quantità di offerta (anche in termini di reti);b) la comunicazione e i pubblici tenderanno a segmentarsi ulteriormente;c) si passerà, nel lungo periodo, da una televisione per tutti a una tv per ognuno (con lo sviluppo delle tv tematiche e a pagamento), anche la classica tv generalista vedrà probabilmente solo parzialmente ridotta la sua attuale egemonia;d) il televisore stesso potrebbe diventare (in particolare con il cavo) il terminale di una complessa rete informativa e quindi, grazie all’interattività, la tv stessa oltre a informare e divertire, potrebbe essere veicolo per gli innumerevoli servizi che potrà offrire agli utenti (anche se questa opzione non è così scontata come si pensa)Cosa si deduce da queste tendenze? Che il prodotto e la sua qualità, la consistenza economica e produttiva di ciascun mercato, costituiscono i fattori vincenti dei vari sistemi televisivi nell’ambito della competizione globale. Questi problemi sono intrecciati: è ovvio che maggiori sono le risorse più è la probabilità che aumenti la qualità stessa dei programmi; come, d’altronde, è la stessa qualità, il valore della comunicazione a determinare il valore complessivo del mercato.Come si può sciogliere questo nodo? Chi, quale operatore televisivo, avrà il coraggio di investire sul nuovo e sulla qualità, abbandonando i consolidati criteri e modelli di programmazione? Si consideri – come abbiamo già sottolineato – che il nostro sistema è il più povero d’Europa (rispetto alla Francia e soprattutto rispetto alla Gran Bretagna e alla Germania): è più contenuto infatti il valore della pubblicità (seppure è alto il suo valore affollamento complessivo per via del numero elevato di reti generaliste nazionali), e soprattutto sono molto più basse le risorse derivanti dai canoni di abbonamento.Certo non sono di aiuto alcune politiche restrittive, di contenimento delle naturali dinamiche del mercato (come ad esempio, i vincoli limitativi sulla comunicazione pubblicitaria, i limiti legati allo sviluppo del sistema e dei singoli gruppi multimediali, i quali in alcuni casi, sono grandi in patria ma hanno una dimensione limitata in ambito mondiale).Sorvolando comunque su questi argomenti, ritengo (e non solo perché ne sono uno degli amministratori) che proprio la Rai, in quanto servizio pubblico e grazie al nuovo processo di riorganizzazione cui la stiamo sottoponendo, potrebbe imprimere a tutto il sistema una dinamica nuova tesa all’espansione. Certo è che la disponibilità della Rai a progetti di forte innovazione (come è quello in teoria della Nuova RaiTre) – che potrebbero costituire un vantaggio anche per l’intero sistema della comunicazione – cozza contro la scarsità delle risorse a sua disposizione ( lo stesso progetto sulla rete senza pubblicità prevede una perdita quantificabile in 300-400 miliardi).In alcuni casi le risorse ci sarebbero anche, oltretutto senza nessuna aggravio nei confronti del cittadino utente. Sarebbe sufficiente applicare alcune misure: come, ad esempio, la defiscalizzazione del canone di abbonamento, che è già in assoluto il più basso in Europa (il canone non va tutto, come negli altri paesi europei, a finanziare la Rai ma solo per l’84% circa del suo ammontare); un’azione più incisiva e diretta dello Stato tesa a fronteggiare l’evasione del canone stesso (anche senza raggiungere gli estremi della Gran Bretagna dove il mancato pagamento può addirittura aprire le porte del carcere!); l’equiparazione del canone di concessione fra Rai e privati nazionali.Con questi provvedimenti (semplici dal punto di vista concettuale, un po’ meno da quello operativo) la Rai, e indirettamente l’intero sistema televisivo, potrebbe avere risorse aggiuntive intorno ai 1000 miliardi di lire, e forse anche di più. Risorse che potrebbero anche compensare parziali ritirate del servizio pubblico da alcuni (o parti di) segmenti tipici di mercato, invece di obbligarla a fare l’opposto. Risorse che servirebbero a finanziare i progetti di forte innovazione come quelli relativi al digitale e alla pay-tv, a ridisegnare la Rai stessa e quindi indirettamente l’intero modello televisivo: tutto il sistema potrebbe allora modificarsi nel senso della crescita e dello sviluppo, e forse allora potremmo davvero entrare anche noi nell’Europa delle televisioni.Senza contare che una volta vi fosse la certezza delle risorse aggiuntive di cui sopra, una parte non indifferente potrebbe essere destinata a un maggior sostegno dell’emittenza locale anche tramite forme di collaborazione produttiva, e a una riduzione del canone stesso per le fasce sociali disagiate. Si tratterebbe di una di quelle operazioni che gli anglosassoni definiscono “win-win”: vale a dire vincono tutti.La Rai avrebbe più risorse, il sistema radiotelevisivo privato nel suo complesso pure, la stampa e gli altri mezzi non avrebbero più modo di temere il cosiddetto strapotere della tv. Se non si segue una strada del genere, occorre inevitabilmente battere altre vie necessarie per recuperare le risorse indispensabili a vivere invece di sopravvivere: l’aumento degli affollamenti pubblicitari oppure la privatizzazione parziale. Altri interventi realmente significativi non esistono. Non vale quindi la pena di discuterne a fondo?