Lectio Magistralis di Salvatore Natoli

Intervento completo di Salvatore Natoli alla IX Conferenza Internazionale della Comunicazione Sociale dedicata alla diversità di genere.

Pubblicazione: 18 novembre 2013 15:05
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: Articoli
Natoli
(Testo non rivisto dall’autore)

La mia è una riflessione che in qualche modo vuole essere di cornice rispetto al tema specifico che voi affronterete e che appare come sottotitolo dell’incontro, cioè la differenza di genere. Io rifletterò sulla differenza, e sulla differenza in relazione a un altro termine molto importante, che è l’uguaglianza. Se voi ci riflettete, l’uguaglianza può entrare in conflitto con la differenza. Come rendere compatibile la differenza rispetto all’uguaglianza?

Nel rapporto uguaglianza/differenza c’è anche la differenza di genere. Da notare che la differenza di genere è stata omologata per lungo tempo a quella di natura umana. La natura umana è una e quindi la differenza di genere è stata quasi coperta, omologata dalla unicità della natura umana. La universalità della natura umana ha occultato questa differenza. Ma non solo l’ha occultata, ma in taluni casi, e la lunga storia del genere lo dimostra, non solo è stata occultata ma si è negata l’uguaglianza stessa. Se non si è negata l’uguaglianza di natura, certamente si è negata l’uguaglianza relativamente ai diritti.

La lunga storia dell’umanità occidentale ha visto sostanzialmente il genere femminile o omologato al genere maschile, quindi senza un’identità specifica o, quando l’ha avuta, con una identità che è stata definita come secondaria rispetto a quella dell’uomo, se non termini di natura – in taluni casi ci sono stati dei dibattiti “se la donna avesse o no l’anima” – certamente in termini di parità di diritto. E quando si dice diritto, diciamo sostanzialmente diritto pubblico. Che poi le donne nell’ambito e nel contesto familiare avessero un grande potere, che ci fosse un grande matriarcato nella storia della cultura occidentale è cosa nota. Ma questo invisibile poderoso che ha retto la storia non diventava visibile nella dimensione pubblica. E per avere un’idea della potenza del femminile basti ricordare la madre di Rocco e i suoi fratelli di Visconti, un elemento forte che tiene insieme.

Ecco, gli uomini sono uguali (partiamo da questo assunto) in ragione della comune umanità. Quindi uguali dinanzi alla legge, titolari degli stessi diritti, obbligati agli stessi doveri. Ora, l’uguaglianza così formulata è relativamente recente, è apparsa da poco, ed è per nulla universale. Anzi, ci sono regioni del mondo strutturate ancora secondo gerarchie, e se non per caste certamente per ceti: la differenza tra le professioni manuali, i lavori servili e le elite culturali. Ancora oggi nella sostanza, nello spazio mondo, noi vediamo un’eguaglianza non raggiunta.

E allora una prima riflessione: l’uguaglianza è una scoperta o una conquista abbastanza recente; in realtà, contrariamente a quello che si crede, la cultura delle differenze precede quella dell’eguaglianza.

La precede di molto. Ma come la precede? La precede contro l’uguaglianza, perché l’umanità ha prima conosciuto le differenze e, molto tardi, l’uguaglianza. Tutti quei pregiudizi che ancora ci sononascono dal fatto di una pre-esistenza delle differenze rispetto all'uguaglianza.

Ma che cos'erano le differenze prima dell’eguaglianza? Erano differenze concepite in termini di gerarchia e di valore. L’umanità non era una, C’erano gli uomini riusciti, gli uomini superiori...Basta ricordare le grandi ricerche di un grande comparatista come Dumézil, il quale parlava delle tre grandi funzioni sociali: Jupiter, Mars, Quirinus, la dimensione sacerdotale, la dimensione guerriera e la dimensione servile: tre tipi di umanità. Il sacerdozio è il rapporto con il divino, la guerra pertiene al comando sulla terra, la servitù come elemento per alimentare e riprodurre la specie.

Le differenze c’erano, eccome c’erano le differenze! E pesanti. Le donne, in questo sistema di differenze, erano a un livello bassissimo: o associate al signore, e quindi valutate in relazione al signore, oppure parificate al servile come tale. Ora, in quella società delle differenze c’era una bassissima mobilità sociale e dentro una medesima società e cultura, tra soggetti umani diversi, le differenze erano molto più accentuate: non solo le differenze dentro una stessa società (sacerdoti, guerrieri, servi), ma la differenza tra società esterne l’una all’altra, la differenza, ad esempio, tra i civili e i barbari, gli umani e i meno umani.

Oggi noi ci troviamo dinanzi a questo dilemma. Pensate al paradosso di “esportare la democrazia”. Cos’è il sottinteso di questa espressione? Che c’è una civiltà che è umana e una civiltà che tale non è, per cui si ha il diritto di esportare il nostro modello come modello di umanità superiore.

I problemi sono molto complessi e non sempre la pubblicità tiene il passo della gravità dei problemi.Molte volte si sofferma all’evento, all’evento mediatico, senza ottenere una ricaduta di lungo periodo sulla riflessione. Questo è il problema che gli operatori del settore dei media dovrebbero porsi: una ricaduta di lungo tempo sulla riflessione, perché se si vanifica il messaggio nell’istante, poi non resta niente, resta lo spot.

Questa differenza era dentro le società e tra le società, le più umane e le meno umane. E dentro le società, soprattutto nella cultura occidentale – non parlo di altre culture perché il discorso ci porterebbe lontano – la donna aveva un ruolo secondario. Secondario dal punto di vista del pubblico.La differenza era una differenza sessuale, non solo dal punto di vista anatomico-biologico, ma soprattutto in termini di ruolo. Il ruolo sessuale essenziale protagonista era il ruolo maschile e quello femminile era un ruolo subalterno rispetto al maschile. La medicina antica, quando pensava alla sessualità, la pensava in termini maschili, eiaculatori; basta leggere Lucrezio: è l’uomo il personaggio attivo, la donna è il personaggio passivo, il recipiente ricevente. In tutta la concezione antica, dal punto di vista sessuale, l’uomo era il ruolo attivo, la donna il ruolo passivo. Generava il seme, la donna lo accoglieva.

C’era però un’altra dimensione in cui la donna, marginalizzata sul piano del pubblico, ritornava potente sul piano della vita. Nel mondo antico, soprattutto nelle società arcaiche, il ruolo dell’uomo era quello di uccidere; il ruolo della donna era quello di generare. L’uomo doveva difendere dai nemici e uccidere per portare l’animale a casa. La cultura maschile è contrassegnata dall’amministrazione della morte. La cultura femminile è contrassegnata dall’amministrazione della vita: il generare e l’accudire.

Se le cose stanno in questi termini, stiano attente le donne a diventare “maschietti”, perché se il maschile è l’amministrazione della morte… Ma c’è un aspetto per cui è giusto che lo divengano: il protagonismo sociale, il diritto a governare, ma senza cadere nell’eccesso opposto di perdere la potenza del generare. E non soltanto dal punto di vista del generare figli, ma dell’accudire, del generare vita.

Se la nostra civiltà vuole salvarsi, deve andare nella direzione di liberare insieme il maschile e il femminile che c’è in ognuno di noi, perché nell’uomo è silente il femminile, nella donna è silente il maschile. Tanto che nella Bibbia gli esegeti dibattono su quel versetto che dice “maschio e femmina li creò”. Cosa vuol dire? Che ha creato il maschio e ha creato la femmina o il maschio e la femmina sono sia nel maschio sia nella femmina?

Quindi la differenza storica è una differenza gerarchica, escludente e la parità è una conquista.Anche in Platone c’era il modello della Repubblica, un modello gerarchico escludente.

La parità è una conquista attraverso le lotte per l’uguaglianza. E l’uguaglianza è una conquista recente, perché ogni gruppo sociale, ogni aggregato umano, mano a mano che nella società acquisiva una sua funzione e un suo potere, richiedeva in ragione di questa funzione e di questo potere, spazio pubblico. E con il “conplessificarsi” della società sono emerse nuove forze nella dinamica sociale che man mano hanno chiesto spazio politico. Dopo la battaglia di Salamina, i Teti che avevano costruito le navi rivendicarono diritto alla rappresentanza perché, dissero “non sono stati gli Opliti e i Cavalieri che hanno vinto la guerra; siamo stati noi che abbiamo fatto le navi e adesso vogliamo contare”. L’uguaglianza si è conquistata attraverso le lotte. Quindi non esiste un’umanità uguale in generale, ma esiste un uomo che come specie elabora se stesso, facendo via via emergere istanze sconosciute anche a se stesso.

L’umanità scopre se stessa nel divenire storico e quindi a partire da una società centrata e strutturata sulle differenze si arriva alla rivendicazione dell’eguaglianza, perché tutti ritengono di avere un ruolo: ecco il monumento verso l’uguaglianza. La storia della modernità è la storia della lotta per l’uguaglianza. Dalla rivoluzione inglese alla rivoluzione francese, alla ribellione tedesca a Münster… Paradossalmente qui bisogna citare Marx. C’è un’affermazione del Manifesto che disegna la modernità e parla dell’oggi: tutto ciò che sembrava solido si è dissolto nell’aria. E che cosa sembrava solido? Quel sistema di differenze, quel sistema gerarchico. E quello si è dissolto nell’aria perché le potenze telluriche, cioè le forze umane hanno rivendicato potere in ragione del loro protagonismo sociale. E questo ha portato uguaglianza.E forse le donne non hanno fatto questo? Le battaglie di genere che le donne hanno sostenuto non sono state le modalità attraverso cui hanno richiesto diritto, spazio pubblico?

Nella modernità quindi due tipi di lotte emergono: le lotte dei corpi sociali (gli operai, i contadini etc.) e l’emersione dell’individualità singolare. La modernità ha questi due processi che si sviluppano insieme: da un lato le lotte degli aggregati sociali (chiamiamole corporazioni), dall’altro la rivendicazione dei soggetti individuali. E chi sviluppa questo processo? Lo sviluppano, soprattutto, i ceti aristocratici inglesi e i primi grandi imprenditori moderni. La modernità è la sinergia tra lotte sociali complessive ed emersione dei soggetti individuali. Con l’aggiunta di questa riflessione: che lottando da soli non si vince. E quindi per guadagnare un diritto individuale tu devi lottare in un corpo sociale, perché altrimenti sei perdente. Però se il tuo corpo sociale vince, tu puoi rivendicare il tuo diritto individuale.

Il diritto moderno è il diritto che si implementa come diritto soggettivo. Nella nostra tarda modernità o post modernità, emergono sempre più i soggetti e le richieste sono sempre di più soggettive, non solo di genere, ma soggettive. Richieste di libertà di sé. E quindi, dentro le stesse lotte di aggregati sociali – gli omosessuali, le donne etc. – c’è la rivendicazione dei diritti individuali e personali. Perché la singolarità è più del genere.

Quindi se prima dell’uguaglianza le differenze erano gerarchiche e bloccate, dopo le lotte le differenze ritornano ma non più in forma gerarchica, ma dal basso come emersione e richiesta di diritto. Cioè, senza il passaggio attraverso l’uguaglianza, non sarebbe emerso questo nostro tipo di differenza che esige riconoscimento, ma saremmo rimasti nella differenza che postula gerarchia. Masiccome nella memoria, nel nostro fondo di coscienza, c’è ancora la differenza che postula gerarchia, noi verbalmente proclamiamo il diritto alle differenze, ma nel fondo della nostra testa, nel nostro archetipo storico, ci stanno ancora le differenze come escludenti. C’è un inconscio che non si è consumato e quindi c’è una doppia verità. Se chi si occupa di comunicazione sociale riuscisse a svelare questa doppia verità, farebbe moltissimo.

Tirando un po’ le fila, possiamo dire che rispetto al tema uguaglianza/diversità ci sono state due grandi fasi nella modernità. Una prima fase dell’uguaglianza intesa come inclusione di tutte le differenze al massimo grado in termini di estensione ma al minimo in termini di valore, perché per estendere al massimo il diritto, bisogna estendere i diritti minimi: il diritto al voto, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione (che non c’è in tutte le società). La prima fase dell’uguaglianza ha portato tutti su un piano uguale al minimo del livello; ma una volta che si è prodotta l’uguaglianza al minimo, se ci si fermasse al minimo si produrrebbe ingiustizia, perché non si permetterebbe alle differenze di emergere nella loro singolarità.

Ecco quindi la seconda fase: nel momento in cui vogliamo includere tutti per quel che valgono, dobbiamo necessariamente valorizzare le differenze. È questa la nozione vera di merito, che in genere viene giocata male perché si confonde merito con privilegio. Il merito è, aristotelicamente, la possibilità che un ente possa dispiegare al massimo la propria energheia. Il merito può essere garantito soltanto se le condizioni di partenza sono uguali. Se le condizioni di partenza non sono uguali non abbiamo il merito ma abbiamo una simulazione di merito, perché c’è un falso in origine:qualcuno è partito avanti. Allora, chiusa la fase dell’uguaglianza al minimo, ecco la fase dell’emersione delle differenze, come gruppi sociali, come corpi sociali. Differenze soprattutto come individui, come singoli.

Concluderò con due riflessioni. Il riconoscimento delle differenze – e quindi anche il riconoscimento delle differenze di genere – di che natura deve essere? Il riconoscimento non è un’attribuzione che si conferisce a qualcuno. Chi avrebbe il titolo per farlo? Il riconoscimento è lo spazio che si libera perché ognuno sviluppi se stesso. L’accettazione delle differenze è creare lo spazio per la loro manifestazione, non l’identificazione della loro natura, perché altrimenti ritorneremmo nelle differenze antiche. Quindi il processo è un processo dinamico, relazionale, di ascolto, di reciproco rispetto. Ed è il rispetto l’elemento fondante della vera accettazione della differenza. L’inviolabilità dell’altro è lo spazio perché l’altro realizzi al meglio e più potentemente se stesso.

La seconda riflessione è dedicata a due espressioni linguistiche. Noi usiamo spesso tutti e ognuno.Tutti è un’espressione estensiva, ognuno è intensiva. I tutti non sono altro che l’insieme degli ognuno, ma se io penso i tutti dimenticando gli ognuno è come se io pensassi una classe vuota. E noi quando parliamo di diritti universali spesse volte li pensiamo come una classe vuota, dimentichiamo gli ognuno singolari che ci sono nei tutti. Soltanto pensando i tutti alla luce degli ognuno, ognuno diventa responsabile della vita di un altro. Come diceva Leibniz “non ci sono due gocce d’acqua che siano uguali”, ogni individuo è la differenza: unica, irrevocabile, casuale. E proprio perché unica, irrevocabile, casuale è preziosa, perché non sostituibile. Se guardiamo i morti di Lampedusa, uno a uno, ci prende la pelle d’oca e il tremore; se li guardiano insieme diventano un tutto indifferenziato (ed è per questo che hanno fatto sparire i cadaveri).Se ognuno guarda l’altro come la sua prossimità, si sente obbligato per natura nei suoi confronti. E solo se ognuno si rende responsabile di ognuno sarà possibile la felicità di tutti.