Lo stereotipo femminile è duro a morire, ma il problema non è nella pubblicità

«La pubblicità si adegua al sentire comune» Avvenire, l'intervista ad Alberto Contri di Lucia Bellaspiga

Pubblicazione: 27 settembre 2013 15:24
Ultima modifica: 17 febbraio 2017 15:52
Argomento: News
«La pubblicità si adegua al sentire comune» Avvenire, l'intervista ad Alberto Contri di Lucia Bellaspiga

«Lo stereotipo femminile è duro a morire, ma il problema non è nella pubblicità». Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso e docente di Comunicazione sociale allo Iulm, è d’accordo con la presidente Boldrini su «certa pubblicità, che mostra l’anatomia delle donne in modo volgare e che nulla c’entra col prodotto reclamizzato», ma non ci sta a «una connessione tra la reclame e il femminicidio», fenomeno che «sarebbe grave e banale ridurre a conseguenza degli spot».

Però la figura femminile è deturpata dal linguaggio televisivo. La battaglia contro gli stereotipi è sacrosanta, una società moderna si deve evolvere e una donna spogliata per reclamizzare una colla o un’auto va contro la decenza, la dignità e pure le regole del Giurì. Ma certo non è giusto confondere i piani e giudicare degradante l’immagine della madre che cucina per i suoi figli. Io parlo da tecnico della pubblicità e dico che il rischio di chi ragione in questo modo è di cadere nello stereotipo opposto, del tutto distante poi da quella che è la realtà di tutti i giorni.

All’estero davvero certi spot non andrebbero mai in onda? Al più è il contrario. La Boldrini dovrebbe andare al Festival di Cannes delle pubblicità e si renderebbe conto. L’Italia ha un istituto di autodisciplina che tutti ci invidiano e che interviene su richiesta anche di un semplice cittadino se si sente offeso da uno spot. In pochi giorni il Giurì interviene e, se è il caso, sospende la messa in onda.

La pubblicità crea una mentalità? Lo spot, per sua stessa natura, non può anticipare il sentire della gente perché non verrebbe capito; però non può nemmeno pescare nel passato, perché verrebbe ignorato. Può solo amplificare ciò che già c’è: acchiappa un fenomeno già pubblico e lo rilancia. È chiaro che ti deve far venire l’acquolina in bocca e rendere appetibili i prodotti, questo è il suo scopo, l’importante è non trascendere. Ma sparare tout court sulla donna nella pubblicità come fa la terza carica dello Stato è semplicistico e fuorviante. Non è Miss Italia o la pubblicità del rossetto a portare ai femminicidi, ma una somma di ignoranza e disvalori, e qui c’entrano la famiglia, la scuola, Internet... Se puntiamo sulla pubblicità ci accapigliamo su qualcosa che i giovani manco guardano. Sul resto però sto con la Boldrini e a fine anno Pubblicità Progresso lancerà una campagna per la parità di genere: le donne guadagnano il 30% in meno degli uomini e occupano il 30% in meno i posti di comando nelle aziende...

Che ne pensa di "Dove c’è Barilla c’è casa?"? La tanto vituperata famigliola sempre felice non descrive tutte le situazioni esistenti, ma lo stesso avviene per ogni spot, che per definizione ti deve far sognare... Certo per vendere la pasta non metti due coniugi che litigano separandosi. È rimasta memorabile la bimba che infilava una farfalla Barilla nella tasca del papà, lontano per lavoro: era la celebrazione di un momento di calore che tutti cerchiamo, quando torniamo a casa stanchi. Rappresentarlo è un peccato? Ci sarà pure un 90% di coppie fatte da un uomo e una donna? E allora possiamo crocifiggere Barilla che dice «a loro noi ci rivolgiamo?».

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